BARABBA

Dipintos X Amy

Nella foto sotto "Dipintos" (padre di Barabba) nonchè modello per la copertina del bellissimo libro di Daniela Bigottà "Belinda Victoria"

 

“Barabba, uno dei progatonisti del mio romanzo "Belinda Victoria", reagisce allo stile oppressivo imposto dalla proprietaria, sfogando i suoi impulsi repressi in modo giocoso ma abbastanza innocuo, tant'è che viene alfine premiato come "miglior cane dell'anno" proprio perché ha conquistato un pubblico che si è presumibilmente identificato con lui. Una folla di gente che si presume dunque stanca di sottostare a regole, orari, ai tanti cliché imposti dalla società.

Tuttora ignoro perchè abbia scelto d’istinto un cane corso come simbolo di pacata ribellione ai diktat di una società che respira anidride carbonica e sempre di più opprime rendendo insofferenti e  dunque opprimenti ma, facendo caso allo sguardo di questo cane grande e imponente, mi sono accorta che emana una forza che sembra attingere dalla notte dei tempi. Ora poi che, grazie a Federico Turturro, ho conosciuto più da vicino l’indole di questo magnifico cane ho deciso che Barabba sarà protagonista di altre fulgide e perigliose avventure e, mentre aspetto la giusta concentrazione per poter inziare il secondo libro di Belinda Victoria, lo sto rappresentando su tela collocandolo nei posti più disparati e accanto ai personaggi più insoliti.

Se qualcuno dovesse leggere il mio libro, mi dica cosa pensa circa il

“Club dei Barabbini”

Un bacio a tutti, molossi in primis!

 

Daniela Bigottà

www.belindavictoria.com

 

Brano tratto dal capitolo 5 del libro "Belinda Victoria" di Daniela Bigottà

Fu dunque la volta di Barabba, il molosso della signora Mentavskova, l’unico cane che fece rimanere tutti col fiato sospeso poiché mai smise di disubbidire agli ordini perentori della padrona che, come al solito, gli si rivolgeva in slovacco. Lei gli raccomandava di trattenere le bave e lui, non riuscendovi, le si strusciava contro le vesti con aria contrita, imbrattandogliele di saliva verdastra. Quando poi gli intimava di moderare il passo, lui lo accelerava, costringendola a corse mozzafiato lungo la pista e i cespugli che la delimitavano. Al limite della sopportazione, la Mentavskova minacciò di fargli abbandonare la gara e lui, rimasto malissimo, lanciò al cielo un ululato così inquietante che san Pietro s’affrettò a chiudere il cancello del Paradiso impedendo così a Fligny, passata a miglior vita proprio quel giorno, di varcare la soglia nonostante le due monete alla mano. Sempre più irrequieto, Barabba s’acquattò in mezzo alla pista ostacolando il percorso a dodici cani ancora in gara, che attesero scompigliati il suo lasciapassare per oltre venti minuti. Quando si risollevò, diede uno strappo così vigoroso al guinzaglio, che la Mentavskova finì a gambe all’aria mostrando al pubblico la sua biancheria da ospizio. Abbaiando come non mai approfittò della sua condizione di libertà provvisoria per correre a fare pipì contro l’auto del sindaco ma, seppur intensamente tentato, ebbe riguardo per quella del monsignore poiché l’intimorì l’icona incollata su un vetro dov’era raffigurato un santo appoggiato a un bastone nodoso. Stava tornando sui propri passi quando incrociò Visibilio e, colto dal dubbio che l’avesse sorpreso mentre oltraggiava l’auto del sindaco, le lanciò un’occhiata colpevole ma così torva che lei emise un breve guaito e saltò tra le braccia della padrona. Ancor più desolato, Barabba si maledisse per aver ceduto all’impulso ma, dopo aver sopportato a testa china la furia della Mentavskova, affiancò Visibilio nel tragitto di ritorno mantenendo la bocca chiusa e affidandosi ad un’andatura flemmatica, da gentiluomo fiaccato dagli anni. Fu allora che Belinda, morta dal ridere, diede il via ad un battimani cui s’accompagnò l’acclamazione di tutte le ninfe. Mentre l’applauso s’andava intensificando, si vide la Mentavskova camminare furtivamente lungo la pista preceduta dall’accalappiacani che, percorsi dodici passi, abbrancò Barabba con una corda col nodo scorsoio per poi condurlo verso una gabbia.

Durante quel tragitto obbligato Barabba si voltò a guardare Visibilio con espressione così affranta che il pubblico, già indignatissimo, esplose in una bordata di proteste e schiamazzi. Il direttore, non sapendo come sedare gli spiriti, salì frettolosamente sul palco e, sfoderato un sorriso preoccupato, cercò di spiegare alla folla che Barabba stava subendo un castigo meritato ma temporaneo e che occorreva comunque rispettare le regole poiché non tutti i cani avevano ancora sfilato. Non sapendosi ascoltato, ordinò che si suonassero i corni, poi i campanelli delle biciclette e i clacson delle auto parcheggiate nelle adiacenze. Ma, anziché fare silenzio, il pubblico intensificò le manifestazioni di solidarietà per Barabba urlando persino ‘a morte il direttore e che la Mentavskova sia data in pasto prima alla folla e dopo anche ai cani’. Poi tutti si misero in piedi continuando a schiamazzare finché l’ondata di sdegno si tramutò in un battimani di puro entusiasmo che proclamò Barabba vincitore indiscusso, tant’è che si ritenne inutile procedere alla raccolta delle schede con l’annotazione del cane prescelto. L’applauso s’amplificò e vibrò attraverso lo stadio facendo scricchiolare il marmo delle gradinate mentre drappi e striscioni presero a dibattersi come scossi dalle raffiche di un fortunale. A quel punto al direttore altro non rimase se non adeguarsi al giubilo degli spettatori e, pur pensandola in modo diverso, applaudì fino a spellarsi le mani. Solo Jacob rimase impassibile e non perché aveva le mani impedite. L’ultimo cane che avrebbe onorato del prezioso collare era il molosso della Mentavskova: un latrato straziante ogni ventisette minuti e settantun litri di pipì ogni anno contro le serrande del suo negozio.

La premiazione avvenne nel modo più mesto che si possa immaginare. Visto pressoché da nessuno, Jacob procedette con passo rigido lungo un sentiero adiacente alla pista, il collare in tasca e una smorfia che nemmeno i suoi baffi da vecchio cosacco riuscivano a camuffare. Lo seguiva una processione silenziosa di cani dallo sguardo così avvilito che non solo sembrava prendessero parte a un funerale, ma che fossero i parenti più stretti del morto.

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